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Quando Dio scacciò Adamo ed Eva dal Giardino, non li abbandonò del tutto: consegnò all’umanità un mezzo per risalire alla purezza originaria. Quel mezzo è l’alchimia, la «Grande Opera», l’arte di separare il sottile dallo spesso e di ricomporre la materia — e l’uomo — in uno stato incorrotto. Per millenni il sapere si è trasmesso in forma frammentaria, finché tre maestri d’Oriente, i Magi, decifrano nel cielo il segno che annuncia la nascita dell’unico corpo capace di compiere l’Opera fino in fondo.
I loro doni non sono omaggi regali: sono i tre principi alchemici. L’oro è lo Zolfo, il fuoco solare dello spirito; l’incenso è il Mercurio, il principio volatile dell’anima che sale come fumo; la mirra è il Sale, il principio fisso del corpo, la sostanza che preserva la carne dalla corruzione. Consegnati al neonato, attendono trentatré anni per essere «attivati».
Il sepolcro scavato nella roccia, a Gerusalemme, è l’Atanor: il forno alchemico sigillato in cui la materia, chiusa e riscaldata, muore, si purifica e risorge trasfigurata. Le donne che arrivano all’alba con gli aromi, Nicodemo che porta «mirra e aloe», il lenzuolo, la pietra che sigilla il vaso: tutto è gesto di laboratorio. Ed è qui che si compie il miracolo più grande di Gesù — più grande della resurrezione di Lazzaro — perché è l’unico miracolo compiuto da morto. A Lazzaro Gesù restituì la vita mortale; nel sepolcro, invece, il suo stesso corpo diventa il «lapis», la Pietra Filosofale, e lascia agli uomini un forno ancora acceso: un luogo in cui l’uomo può diventare Dio.
Se l’Atanor esiste ancora, sotto la pietra della Basilica del Santo Sepolcro, chi ha il diritto di riaccenderlo? E che cosa accadrebbe a chi vi entrasse senza essere pronto?
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